E nel nome del progresso
Il dibattito sia aperto
Parleranno tutti quanti
Dotti medici e sapienti

Tutti intorno al capezzale
Di un malato molto grave
Anzi già qualcuno ha detto
Che il malato è quasi morto

 […]

Al congresso sono tanti
Dotti, medici e sapienti
Per parlare, giudicare
Valutare e provvedere
E trovare dei rimedi
Per il giovane in questione

Questo giovane è malato
So io come va curato
Ha già troppo contagiato
Deve essere isolato…

Non essendo più tanto verde la mia età, nel vivere e subire ciò che sta avvenendo da due mesi a questa parte mi è tornato alla mente questo splendido brano del 1977 di Edoardo Bennato, per la sua straordinaria attualità.

Sono mesi ormai che la nostra vita è sospesa tra “il” virus da una parte e una classe politica (sul cui giudizio mi astengo, visto che mi occupo di Esseri Umani e non di politica) dall’altra, “ben” sostenuta e affiancata da “task force” e “comitati tecnico-scientifici” che tradotto significa una pletora di dotti, medici e sapienti cui viene lasciato campo libero nel: “parlare, giudicare, valutare e provvedere, e trovare dei rimedi per il giovane in questione” che “ha già troppo contagiato, deve essere isolato…”

Ben riposta in un oscuro cassetto la Costituzione della Repubblica Italiana, in mezzo ci siamo noi, cittadini, popolo italiano, Esseri Umani ridotti al rango di cavie da laboratorio, privati e ripuliti delle nostre caratteristiche fondamentali, fondanti e identitarie: la libertà, la socialità, il contatto, l’immagine di noi stessi. Demolite e soppiantate da quarantena, distanziamento sociale, guanti e mascherine. Antitesi dell’umana essenza combattuta con spiegamenti di forze e tecnologie da far impallidire la massima criminalità organizzata. E’ in questo mio peregrinare tra pensieri, frustrazione e sofferenza intellettuale che mi sono casualmente (ma forse no) imbattuto in una splendida lettera aperta di una donna, Melina Zerbo, pubblicata su Facebook. Una cittadina italiana, un’insegnante, un Essere Umano che ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco e rendere pubblico tutto il suo disagio e le sue ben fondate preoccupazioni, firmandosi: “una maestra qualsiasi che prima del virus portava i bambini per strada e li faceva scrivere appoggiati sui muri”.

Per questo, riflettendo profondamente su quelle che sono anche le mie idee e le mie preoccupazioni, estese non solo ai bambini ma anche alle persone adulte di ogni età e condizione sociale, come purtroppo sto già avendo modo di verificare nella mia quotidiana pratica clinica, ho pensato di riproporne qui ampi stralci, estremamente rappresentativi:

 

“Lettera alla “task force” da parte di una maestra preoccupata (che poi sarei io).

Rivolta a chiunque abbia a cuore il futuro dei bambini (e non solo).

Il 15 Aprile i bambini danesi sono tornati a scuola.

Noi, oltre a non avere prospettive di tornarci entro la fine dell'anno scolastico, apparentemente non abbiamo nemmeno un piano per quando sarà il momento di farlo, né ce ne preoccupiamo.

[…]

In Danimarca non hanno i superpoteri, hanno i cortili.

Fanno scuola all'aperto, con la giacca e la sciarpa.

In una sola mossa portano avanti l'imprescindibile necessità dei bambini di avere relazioni sociali con i compagni e con le maestre (e i maestri), di stare all'aria aperta per catturare vitamina D (e altre cosucce) e di rafforzare le loro difese immunitarie. Preservandoli, tra l’altro, dal forte rischio di sviluppo di fobie che saranno difficili da sradicare.

Noi invece, con estrema lungimiranza li costringiamo in casa da due mesi e più, gridando al complotto quando si apre uno spiraglio a chi volesse fare quattro passi con i più piccoli.

[…]

Mi piacerebbe sapere se nella tanto citata "task force" (che mi ricorda una tasca forte, con cuciture ben rinforzate. Chiamarlo “gruppo di lavoro” sarebbe stato troppo vetusto) vi siano psicologi e psichiatri infantili (e non solo).

Mi piacerebbe sapere se hanno considerato quali effetti collaterali porterà con sé l'isolamento sociale.

"L'uomo è per sua natura animale sociale" (insegnano all'università).

Sempre all'università nella prima lezione di Igiene ed Educazione Sanitaria, la professoressa ci diede la definizione di SALUTE secondo l’OMS: “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” (se la memoria non m’inganna).

Ho come l’impressione che ciò che risulterà dopo questo isolamento sociale per gran parte della popolazione sarà una condizione tutt'altro che “salutare”.

[…]

Davvero volete farmi credere che nei prossimi mesi nessuno di coloro che sono costretti all'isolamento sociale svilupperà un disturbo post traumatico da stress? Davvero nessuno svilupperà disturbi ossessivi compulsivi riguardo l’igiene personale?

Nessuno soffrirà di disturbi di ansia, o peggio di attacchi di panico, nel tentativo di uscire di casa con la paura di ritrovarsi in luoghi affollati?

Qualcuno ha mai sentito parlare di depressione infantile? Degli effetti che l’isolamento sociale può provocare in un adolescente espiantato dal suo mondo, in cui magari si era inserito con tanta fatica?

Davvero siete convinti che la “didattica A DISTANZA” (e non chiamatela “della vicinanza”, perché siamo tutt'altro che vicini) possa sanare queste ferite?

Quello che sta accadendo (a mio modesto parere) è il più grande e colossale fallimento della scuola pubblica, il più grande fallimento del diritto all'istruzione di ciascun bambino.

[…]

gli insegnanti […] si troveranno tra le mani bambini e ragazzi feriti, profondamente feriti, e non avranno le attrezzature giuste per curarli.

[…]

Ho come l’impressione che nessuno stia tenendo conto di questo.

Ho come l’impressione che ci siamo assicurati che i fumatori avessero le sigarette, che i cani potessero fare pipì all'aria aperta, che le massaie avessero lievito e farina a volontà, che i personal trainer arrivassero con la fibra in casa di tutti, che i corrieri Amazon sfrecciassero più forti che mai (tanto loro sono immuni e poi sono tanti, come i cinesi) che cantanti e buffoni circensi vari avessero i loro spazi in tv… e mi fermo qui.

[…]

Nessuno ha pensato che ci saranno genitori terrorizzati dall'idea di fare uscire i propri figli e allora continueranno a tenerli in casa e ci sarà chi ne uscirà frantumato, magari avendo pure perso qualche nonno senza la possibilità di averne vissuto il lutto.

E allora il giorno in cui troveranno la forza di uscire (o quando saranno costretti a farlo) chi gli spiegherà che la vita non va vissuta chiusi in casa, all'ombra della morte? La maestra?

Non lo so, se dovrò farlo io spero solo di poterlo fare tenendoli tra le braccia.

Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui beh, vorrei dirvi che ciò non significa che sarebbe sicuramente giusto tornare a scuola domani, ma che sono convinta che la “task force” debba avere ben presente che il Paese si troverà di fronte ad un’emergenza sanitaria ancora più grave e catastrofica di quella in atto e che, se non curata per tempo, avrà come risultato una generazione di futuri adulti terrorizzati dall'idea che l’altro sia un loro potenziale nemico e che dall'asfalto spuntino virus che si attaccano alle suole delle scarpe.

P.S.: ovviamente tutto ciò dà per scontato il fatto che i suddetti alunni siano sopravvissuti alla fame, perché è vero che il più grande Uomo della storia ha detto “Non di solo pane vivrà l’uomo”, ma ha usato quell'avverbio -solo-, che implica che il pane abbia pur sempre la sua parte.

E con 600€ e le tasse invariate da pagare, cara "task force", ben più del 5% dei mie alunni ne uscirà anche malnutrito (e non insegno in Africa, bensì "a nord di Firenze"!)”.

 

E’ stato difficile “ridurre” questo testo, pieno di contenuti e mai ridondante, ma spero di essere riuscito comunque a preservarne la sua essenza. Grazie “Maestra qualsiasi”!